
"Yuri Gagarin era il mio grande eroe. Non hai mai letto la sua descrizione di quello che vedeva dal razzo in orbita? È quasi come una poesia."
Lei rise incredula. "E adesso me la reciterai non è così?"
"Aspeta un momento" Chiusi gli occhi. Erano anni che non provavo a ripetere quelle parole. "Era chiaramente visibile la parte illuminata della terra" cominciai, e poi recitai a memoria lentamente: "Le coste dei continenti, le isole, i grandi fiumi, le vaste superfici d'acqua… Durante il volo vidi per la prima volta coi miei occhi la forma sferica della terra. La sua curvatura la si vede guardando l'orizzonte. La vista dell'orizzonte è unica e bellissima. Si vede il netto cambio di colore dalla superficie illuminata della terra al nero totale del cielo in cui brillano le stelle. Questa linea divisoria è sottilissima, è una pellicola che cinge tutta la sfera della terra. È di un azzurro delicato, e questa transizione dall'azzurro al nero è molto graduale, e incantevole".
La famiglia Winshaw – Jonathan Coe
Era il 12 aprile del 1961 quando dal cosmodromo di Baikonur, nel nulla delle steppe kazake venivano accesi i motori del Vostok 1 e per la prima volta un uomo avrebbe visto la terra dallo spazio.
La competizione spaziale figlia della guerra fredda è ormai un ricordo, i budget sono diminuiti, lo shuttle andrà presto in pensione, la cooperazione tra le agenzie spaziali ha preso il posto della lotta ad arrivare primi.
Praticament ogni bambino da 50 anni a questa parte però ha sognato e continua a sognare di andare nello spazio, di volare sopra tutto e vedere dal di fuori questo pianeta che abitiamo.
Un sogno per pochi, per il momento tocca accontentarci delle splendide foto fatte da chi lassù c'è e alzare gli occhi al cielo e provare a veder passare la ISS.
*partiti! Espressione pronunciata da Gagarin al decollo
Il cappuccio della giacca alzato per ripararmi dal vento, le cuffie nelle orecchie, qualche goccia di pioggia e un freddo pungente.
Quel maledetto semaforo pedonale è rosso, sempre, soprattutto la mattina quando sono in ritardo. Non ho mai capito come funzionino i tempi dei semafori: ci sono volte che è subito verde e altre che invece sembra non arrivi mai.
Una ragazza con un cappello di lana di quelli con il pon-pon in cima e un cappotto marrone arriva trafelata, anche lei le cuffie nelle orecchie, tiene il tempo con il piede.
Sbuffo, mi guardo intorno, macchine non ce ne sono e il semaforo è sempre rosso.
Bruce canta di voler fuggire insieme a Wendy, perché i vagabondi sono nati per correre.
Alzo lo sguardo incrociando quello della ragazza, le faccio un cenno come per dire "andiamo?" e attraverso la strada a passo spedito.
Non mi sono voltato a guardare se mi aveva seguito, ma tanto come ho messo piede sul marciapiede dall'altro lato il semaforo è diventato verde e Bruce ha finito di cantare.
Quer pasticciaccio bello nasce come costola [sinistra] del My own private Milano. Dieci fotografi romani, dieci foto della periferia di Roma, dieci scribi di fuori Roma. Per parlare, raccontare o anche solo immaginare la parte più grande e, forse, più complessa di questa città. Perché se vi hanno detto che Roma è solo il Colosseo e i sampietrini, beh, vi hanno mentito.
Quando mi chiedono in quale grande città d'Italia mi piacerebbe vivere la risposta è immediata e sempre la stessa da sempre: Roma.
Per questo non ho avuto dubbi quando mi è stato chiesto se volevo partecipare a "Quer pasticciaccio bello".
Dieci frammenti che narrano degli epicentri di un'altra Roma, diversa da quella che attraversa un normale visitatore: da Ostia al Tufello passando da Cinecittà e il Villaggio Prenestino da Villa Carpegna a Lunghezza…
Si scarica QUI, dentro come avrete capito c'è pure un mio piccolo contributo. Leggetelo tutto che merita.
Un grazie a Frattaglia per l'invito, a Nemo per la grafica e a tutti gli altri fotografi e scribi per le cose belle che ci sono dentro (poi dici perché ti piace l'internet).
(Topolino n.1947 – Zio Paperone e Brigitta e il tesoro a bivi, collezione personale)
Poi alla fine il bivio, almeno quello è stato superato, adesso ce ne saranno sicuramente altri, ma non è di questo che volevo parlare.
Ho letto da Buoni Presagi della morte di Bruno Concina, lo sceneggiatore e l'inventore delle storie a bivi, uno di quegli autori che in qualche modo posso dire che ha cambiato in qualche cosa la mia vita (più di Manzoni sicuramente) insieme a lui potrei mettere Cavazzano, Bottaro e Scarpa e tanti altri di quella scuola del fumetto italiano che ha fatto grande Topolino negli scorsi decenni.
A loro va il mio grazie per tutte le storie e i personaggi che hanno saputo inventare e realizzare.
Per passare al meglio questi ultimi giorni di un 2010 che sta finendo mi leggerò quello che è il primo regalo di Natale: il Post sotto l'albero.
Non posso che ringraziare Sir Squonk che rende possibile questa magia natalizia ormai da 8 anni. Come l'anno scorso anche quest'anno ho provato a scrivere qualcosa. Avevo preparato tutt'altro pezzo, ma poche ore prima della scadenza per la consegna ho pensato che in fondo a Natale si può essere un po' più leggeri e allora ho cancellato tutto quello che avevo preparato qualche mese prima.
Se volete qua lo potete scaricare. Io ve lo consiglio, poi al massimo dopo che avrete scartato il pacchetto se non vi piace, come tutti i regali lo potete riciclare.
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La strada è sempre la stessa ogni mattina, da tre mesi a questa parte.
Scendo le scale, giro a sinistra, di nuovo a sinistra e poi tutto dritto, tutto il viale fino in fondo e sono arrivato.
A metà strada, ogni mattina, abbasso il volume dell'iPod e ascolto.
E' sempre lì, metro più metro meno, col suo sgabello sghembo, gli occhiali attaccati insieme col fil di ferro e quel violino tutto scortecciato e malridotto, pochi capelli in testa e la barba bianca incolta che copra una faccia bruciata dal freddo di troppi inverni e dal sole di troppe estati.
Suona sempre qualcosa di diverso o almeno a me sembra così, sempre melodie tristi e lo capisco, che non è il massimo dell'allegria: suonare un vecchio violino seduto al freddo dalla mattina presto, magari senza nemmeno un caffè nello stomaco.
Quando metto le monete nella custodia aperta davanti a lui, si ferma sempre un istante, il tempo di un sorriso veloce.
E' qualche giorno che non lo vedo, quando torno magari è di nuovo al solito posto.
In tutta questa faccenda di Wikileaks a me più che i contenuti dei documenti (spulciandoli alcuni dei quali anche molto interessanti tipo questa analisi del Degastan che passa dal racconto del matrimonio del figlio di un boss locale), di cui tutti oggi stanno scrivendo, ha colpito il metodo.
Come fa notare Gianni Silei è da quando i Bolscevichi pubblicarono gli accordi segreti tra le potenze della prima guerra mondiale che non succedeva qualcosa del genere e prima era avvenuto qualcosa di simile con la pubblicazione dei dispacci degli ambasciatori della Serenissima.
Rimane quindi ancora valida l'idea wilsoniana di una diplomazia non più segreta, ma discussa e condivisa, attraverso una lega delle nazioni?
Magari da tutto questo oltre l'informazione pure la diplomazia ne uscirà cambiata.
Dormo sempre con un pezzo di tapparella alzata, che la mattina mi piace vedere la luce e poi perché mi viene più facile svegliarmi. Stamani quando ho aperto gli occhi c'era questa luce bianca opaca che riempiva la stanza; mi sono alzato, ho tirato su la tapparella, ho aperto la finestra per cambiare l'aria e (e qua c'è dello stupore anche un po' insensato) dove ogni mattina vedo le montagne, lì, ferme, come molossi placidi, ecco proprio lì, c'era il nulla. Il nulla come quello che mettono nei cartoni animati quando fanno interagire i personaggi con il disegnatore, un foglio bianco da riempire, che veniva voglia di prendere le matite e disegnarcele le montagne.
Insomma, io oggi mica le ho viste ancora le montagne, chissà se ci sono sempre, o se devo rifare la punta alle matite e disegnarle.

che poi guardare fuori dal finestrino mentre vai a me sembra sempre come guardare la tivì, anzi meglio che guardare la tivì che anche senza decoder di sky ti guardi bei programmi.
Ci sono quelle cose che una volta che hai imparato non dimentichi più, l'esempio classico è la bicicletta. Io in bicletta negli ultimi anni mica ci sono andato spesso, che per andare dove dovevo andare era necessario prendere un bus o avere un'auto e quella bici lì in garage, che poi uscito da casa c'è subito una discesa, ma per qualche strano motivo quando ritorno diventa una salita di quelle che arrivi col fiatone in cima e pensi che in fondo i ciclisti che si dopano un po' li capisci (poi dovrei dire che negli ultimi mesi ho usato spesso la bici elettrica di mio nonno, quello che ha rottamato la Fiat Tipo digit l'anno scorso, ma ci faccio brutta figura).
Insomma da quando mi sono trasferito quassù a Trento, che sono giusto una decina di giorni, ho già fatto più chilometri in bici che negli ultimi 5 anni. Ora non mi viene più nemmeno il fiatone quando ritorno a casa con la borsa della spesa.