Il post pre-elettorale dove vi dico per chi voto

Domenica andrò a votare per le elezioni regionali in Toscana. Lo dico subito, ho scelto di votare per Enrico Rossi, che ho già votato come presidente la volta scorsa. Molto probabilmente non darò il voto a nessun partito e a nessun candidato consigliere. In questo caso il mio è un voto convinto alla persona, mentre per quanto riguarda i partiti e le liste che sostengono Rossi (ma anche come quella a sostegno di Tommaso Fattori) devo ammettere che non mi convincono. Ritengo la scelta di SEL di sostenere Tommaso Fattori insieme ai vari pezzi della sinistra atomizzata una scelta minoritaria, che segue logiche nazionali (che non condivido lo stesso), non penso che sia quello il modo di riunire la sinistra oggi. Il Partito Democratico dall’altro lato invece, soprattutto per quanto riguarda Siena, non riesce a convincermi. Impaludato in logiche impermeabili alla realtà, chi lo guida localmente non è in grado di guardare oltre e pensare a come ricostruire un territorio che avrebbe tutte le possibilità di splendere.

La Lega Nord, i 5 Stelle e le frattaglie del Centrodestra fanno abbastanza ribrezzo, per i toni, i temi e i modi. I primi soprattutto sono alla ricerca di una rivincita con la bava alla bocca, parlando ai più bassi istinti, per questo mi fanno paura e spero che i toscani (così come nelle altre regioni) non premino chi gioca con la paura.


Dissonanza

Oggi sono andato a fare la spesa. Giravo per il reparto ortofrutta con le cuffie ascoltando il podcast de I piccoli maestri di Ad alta voce. E mentre giravo, la voce nelle mie orecchie raccontava di un uomo affamato, che si era ritrovato accudito da una famiglia ancora più affamata di lui. Si sentiva in colpa per le poche cose che gli davano da mangiare, perché sapeva che quelle poche cose le stavano togliendo dal loro già misero piatto. E mentre tutto questo mi veniva raccontato io stavo pesando sulla bilancia delle zucchine in offerta a 1,99€. Sarà che anch’io avevo fame oggi, ma mentre ascoltavo questa storia, pesando le zucchine, ho pensato che la fame dev’essere proprio brutta. E ho pensato che se conosci quanto è brutta la fame allora, magari, quando incontri un affamato sai già cosa fare, sai che quel boccone in più comunque non ti sazierà, ma se glielo dai non ti affamerà più di quanto tu non lo sia già. Forse quella cosa del cibo agli affamati e dell’acqua agli assetati sta tutta qua.

Bicameralismo perfetto

ingrao

“Oggi il parlamento fa migliaia di leggi. Dove è scritto che ciò è necessario? Non può essere molto più pertinente che ne faccia tre o quattro, dieci, ma se­condo le connessioni necessarie e nei tempi congrui? Abbiamo la prova di riforme non cattive finite in un disastro, perché mancavano o tardavano altri pilastri del progetto riformatore. Oggi il parlamento, anzi ogni singola camera rifrange il proprio lavoro in un numero assai ampio di commissioni, che riflettono specu­larmente antiche separatezze ministeriali, e l’assemblea plenaria palesemente fatica a costruire una giuntura fra i materiali che vengono dalle commissioni; a volte fatica persino ad avere il quadro, il senso complessivo delle mille decisioni e controlli. Porre come asse un programma di sviluppo costringe non solo a rive­dere i rapporti tra l’una e l’altra commissione, a rivederne l’ac­corpamento e la logica, ma anche a ridefinire il compito dell’aula in seduta plenaria e le stesse relazioni tra l’uno e l’altro ramo del parlamento.”

Pietro Ingrao, Relazione al CRS, 1979.

 

 

 

 

 

Riqualificazione

Trento, scritta su muro.
Trento, scritta su muro.

Ieri mentre mangiavo una macedonia al bar della stazione di Bologna, mi si avvicina un signore e con gentilizza mi chiede se potevo comprargli un cornetto, perché aveva fame. Non era vestito bene, ma neanche vestito da straccione, era un po’ sporco come chi dorme fuori, con pochi denti in bocca e una carnagione scura, bruciata dalle intemperie. Aspetto un istante a rispondergli, vergognandomi un po’, per il mio menù speciale strapagato a 7,20€, per quel telefono che stavo guardando, per i miei vestiti e per la casa calda che mi stava aspettando.

Non faccio in tempo a mettermi in fila, che un solerte barista ci si avvicina e apostrafa il signore: “cosa fai? Perché dai noia alla gente perbene? Vai fuori! Ora chiamo la polizia! Già ci sono gli zingari”. Gli dico di calmarsi, che il signore non stava dando alcun fastidio, è con me, compriamo un cornetto e usciamo. Mi metto in coda, compro il cornetto, una di quelle tristi brioche scongelate e pagate più del dovuto che trovi negli autogrill. Prima di arrivare alla porta incrociamo il barista di prima, che passandomi accanto esclama: “eccolo, il fenomeno”.

Usciamo sul binario 1, il signore mangia il suo cornetto, io finisco la mia macedonia. Restiamo in silenzio qualche minuto, con un po’ di imbarazzo. Io devo andare, gli lascio anche la bottiglietta di tè, gli auguro buona giornata e vado verso il binario 2 ovest.

E’ da ieri che ripenso a questa cosa, soprattutto alla reazione di quel barista. Che se ne vadano da qualche altra parte questi poveracci rompicoglioni. Come se bastasse non vedere per potersi mettere in pace con la coscienza.

Tregua

Cento anni fa, quando la guerra ancora non era grande, nelle trincee del fronte occidentale in questi stessi giorni di festa, soldati nemici decisero di smettere di combattere e scambiarsi gli auguri di Natale. Diventarono amici, cantarono insieme, condivisero liquori, sigarette, giornali. In fondo, seppur su fronti differenti, erano nello stesso fango, con lo stesso freddo e con le stesse paure, mentre i caporioni che davano ordini, non molto contenti della cosa, erano al caldo e al sicuro, come sempre.

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Soldati inglesi e tedeschi insieme durante la tregua di Natale

Il nemico divenne meno brutto e cattivo, non più una bestia da uccidere, ma un simile con cui puoi condividere le tue poche sigarette o con cui puoi fare una partita di pallone. Nella terra di nessuno tra le due linee, normalmente teatro delle battaglie più violente, vennero approntati dei campi da calcio, senza scarpini ma con gli stivali e in mezzo al fango, soldati inglesi e tedeschi tornarono uomini per qualche ora, magari riuscirono pure a ridere e a divertirsi. Per commemorare queste partite improvvisate, nate dalla voglia di una pace che impiegherà anni ad arrivare, la UEFA e la Federazione Calcio Inglese hanno prodotto dei bellissimi video, oltre a iniziative di commemorazione durante tutto dicembre e a cerimonie pubbliche.

Ricordare chi ha giocato quelle partite, chi ha combattuto in quelle trincee, oggi in tempi di rigurgiti anti-europei e nazionalisti può essere utile per non perdere di vista la strada che, dopo molti errori, l’Europa ha intrapreso per costruire un futuro di pace.

Buona tregua e buon Natale.

Carta velina

– È un regalo o è per lei?

– No, è per me. 

– Sa, è per sapere che confezione fare. 

 

La signora indossa uno spolverino sopra gli abiti, sul taschino appuntata una targhetta di plastica con sopra inciso il nome del negozio. Lei è piccola, con la schiena curva e i capelli bianchi a caschetto, avrà più di settant’anni e nei modi mi ricorda mia nonna. Prende un foglio di carta velina, copre il prezzo con un adesivo e con un gesto preciso e veloce incarta il libro. Vengo qua per questo gesto, per quel foglio di carta velina con cui ogni libro esce dal suo negozio, per quello spolverino e quella targhetta. 

Sócrates e Maradona

stampa: http://society6.com/rabiscorama/scrates-x-maradona_framed-print#12=52&13=54

«Vi racconto questa: una volta, al bar, c’era un argentino amico nostro. La serata era finita, avevamo pulito e tutto quanto, e Sócrates fa: “È tardi, do un passaggio alla signora,” intendeva la cuoca “l’accompagno in macchina perché è troppo tardi”. E all’argentino: “Carlito, tu vieni con me”. Non dico fosse l’alba, ma era comunque molto tardi e dovevano andare al morrò, lì sulla periferia. Ci vanno, lasciano la signora a casa e, tornando indietro, a metà strada si fermano perché il Mãgrao doveva comprare le sigarette. E ovviamente, anche alle quattro di mattina, c’è un sacco di gente che lo riconosce: “mãgrao, meu deus do céu!”». «Alle quattro di mattina?». «Sì! Lui aveva questa dote: pure quando era tutto buio, riusciva a vedere la lucetta rossa di un bar e ci si fermava. E poi dava retta a tutti, quindi si mette a parlare, gli offrono le birre eccetera. Insomma, non lo saziano più, a quelli non gli pare vero. Intanto l’argentino è ancora in macchina che lo aspetta, e dopo un po’ si mette a gridare: “Mãgrao, que paaasa?”». Dedé imita le urla dell’argentino dal finestrino della macchina, mette le mani attorno alla bocca e simula il suo volto trasfigurato, dilatando le vocali della parlata spagnola. «”Dobbiamo andare muoviti!” diceva in spagnolo, no? Continuava a gridare in spagnolo, con l’accento argentino. E il bello è che prima il Mãgrao gli aveva detto: “Tu rimani in macchina, così mi sbrigo e ce ne andiamo subito!”. Quello continua a chiamarlo per un po’, ma niente. Alla fine l’argentino dice: “vado a piedi!”, scende dalla macchina e a quel punto la gente del bar si blocca tutta, si fermano a guardarlo, basso, coi capelli ricci, che aveva inveito con accento argentino, e uno fa: “Maradona! Mio Dio, Sócrates e Maradona! Non ci posso credere, mio Dio!”. E tutti cominciano a chiamare parenti e amici al telefono: “Papà corri qua, al bar ci stanno tutti e due, ci stanno tutti e due, corri, sbrigati!”. E insomma, rimangono lì per ore. Era sempre così, ogni giorno una storia».

Lorenzo Iervolino, Un giorno triste così felice

L’atlante delle isole remote

Quando andavo scuola, non ho fatto l’esame di seconda elementare (semicit.), però in terza la maestra che ci insegnava storia, geografia e qualche altra cosa, ci fece comprare un atlante. Doveva servirci per lo studio della geografia, ma io non ricordo di averlo mai aperto per fare dei compiti a casa o durante le lezioni. Quello che mi piaceva dell’alta te era la parte finale dove c’erano tutte le bandiere dei paesi del mondo, con i loro colori e i simboli strani. C’erano le informazioni sui paesi, io poi ho sempre preferito l’atlante politico con i confini ben segnati e le città in evidenza, rispetto a quello geografico. Sfogliavo quelle pagine, leggevo i nomi delle città, cercavo gli stati più remoti e sognavo la Micronesia, la Mongolia, il Suriname. Quando passando un giorno davanti a una libreria ho visto l’Atlante delle isole remote, con quel suo bellissimo sottotitolo: “Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò”, mi sono subito incuriosito, è scattato in me un qualcosa, un ricordo che mi ha riportato a quei momenti in cui sfogliavo quel librone e guardavo il mondo. Questo però è un atlante particolare: guarda a quelle isolette sperdute, quasi invisibili a occhio nudo sulla carta, scogli in mezzo agli oceani, più o meno abitati. Per ogni isoletta, oltre piazzarla sulla carta, ci sono alcune informazioni di base, come la nazione di appartenenza (e io rimango sempre molto stupito da queste isolette, come l’inglese Tristan da Cunha* spersa in mezzo al nulla a migliaia di km di distanza da Londra) e gli abitanti, inoltre quello che rende meraviglioso questo libro sono le storie associate a ogni luogo, brevissimi racconti, tra il reale e la fantasia che in alcuni casi fanno venir voglia di andare a imbarcarsi, in altri invece di prenotare una vacanza in isole molto più accessibili. Il tutto, strabiliantemente stampato in maniera stupenda su carta piacevole al tatto e con una grafica bellissima. È un libro per adulti che vogliono tornare bambini, è un libro per Robinson Crusoe immaginari.

[Atlante delle isole remote, Judith Schalansky, Bompiani]

* se siete curiosi e vi volete informare prima di partire, su Tristan da Cunha c’è chi ci ha girato un cortometraggio, ma vi posso assicurare che ci sono tante altre isole e storie bellissime


vimeo Link  

Dormi sepolto in un campo di grano

cimitero
Così come vi siete fronteggiati in vita, gli uni di fronte agli altri, nelle trincee, sulle montagne, al freddo, in mezzo alle neve e al fango, circondati da filo spinato e paura, adesso anche da morti siete di nuovo gli uni di fronte agli altri.
Non più trincee e filo spinato, ma un viale alberato a separarvi. I vinti, con un monumento e una semplice iscrizione e i vincitori dall’altro lato ricordati con i nomi, un mausoleo, tutti gli onori e il pieno di retorica.
Io che non ho fatto il militare, che ho paura di qualsiasi arma, e che non riesco neanche a immaginare cosa vuol dire essere in guerra, continuo a chiedermi perché non potete stare insieme in pace, almeno da morti.

Turisti e vagabondi

 Progressivamente i visti d’ingresso vengono aboliti in tutto il mondo; ma non il controllo dei passaporti. Quest’ultimo è sempre necessario – forse come non mai prima – per mettere ordine nella confusione che l’abolizione dei visti può aver creato; per separare coloro per la cui convenienza e facilità di viaggiare i visti sono stati aboliti, da coloro che dovrebbero starsene fermi, che non hanno diritto di viaggiare. Abolizione dei visti di ingresso e maggiore rigidità dei controlli all’immigrazione, nella loro miscela, hanno un profondo significato simbolico. Potrebbero essere considerati una metafora della nuova, emergente stratificazione, e mettere in luce il fatto che ora «l’accesso alla mobilità globale» stia al primo posto tra i fattori di tale stratificazione. E questa miscela mette in luce anche la dimensione globale dei privilegi e delle privazioni, per locali che siano. Alcuni di noi godono della nuova libertà di movimento sans papiers. Altri non possono starsene dove vorrebbero per la stessa ragione. […]

[…] Per gli abitanti del primo mondo i confini statali sono aperti, e sono smantellati per le merci, i capitali, la finanza. Per gli abitanti del secondo mondo, i muri rappresentati dai controlli all’immigrazione, dalle leggi sulla residenza, dalle «strade pulite» e dalla «nessuna tolleranza» dell’ordine pubblico, si fanno più spessi; si fanno più profondi i fossati che li separano dai luoghi dove aspirerebbero ad andare e dai sogni di redenzione, mentre tutti i ponti, appena provano ad attraversarli, si dimostrano ponti levatoi. I primi viaggiano quando vogliono, dal viaggio traggono piacere, sono indotti a viaggiare o vengono pagati per farlo e, quando lo fanno sono accolti col sorriso del benvenuto e a braccia aperte. I secondi viaggiano da clandestini, spesso illegalmente. Accade ancora che paghino per l’affollata stiva di barche puzzolenti e rabberciate più di quanto gli altri non paghino per il lusso dorato della «classe affari». Ciononostante, li si guarda con disprezzo e, se la fortuna non li assiste, vengono arrestati e immediatamente deportati al primo arrivo.

Z. Bauman, Dentro la globalizzazione le conseguenze sulle persone, 1999, Laterza, pp. 97-99.